Cosa ci è rimasto di questi anni ottanta
gen 27th, 2004 | Di admin | Categoria: I nostri ricordidi Paolo Roversi
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Sono stati qualcosa gli anni ottanta. Sul serio. Io non ero che un ragazzino ma me li ricordo bene. Era un’epoca in cui succedevano cose nuove, mai viste prima.
Io, ad esempio, trascorrevo i miei pomeriggi piegato sul mio commodore 64 aspettando che quel maledetto nastro finisse di caricare un videogioco dal nome strano ma assolutamente mitico “Ghost’n goblins”. Nessuno aveva idea di cosa significassero quelle parole dato che l’inglese doveva ancora arrivare in Italia. All’epoca, pensate un po’, non era ancora una moda, ma soltanto una lingua straniera e gli italiani non dovevano far finta di saperla parlare per trovare un lavoro. Era un’epoca in cui tutto era permesso e nelle hit parade musicali spopolavano personaggi soprendenti come i Righeira.
Grandi sogni nascevano grazie all’avvento della televisione commerciale che entrava nelle nostre case con trasmissioni cult del calibro di “Colpo grosso” e “Drive In”. Nascevano gli idoli del piccolo schermo che ancora oggi ci assillano anche se in maniera diversa. Qualche esempio?
Ezio Greggio invece di condurre tg satirici vendeva quadri di Scrofalo; Carmen Russo non giocava alla naufraga ma all’oca giuliva; Faletti, invece di scrivere thriller e cantare a San Remo, si travestiva da poliziotto e si faceva chiamare Vito Catozzo; Jovanotti non era ancora diventato un cantante serio e saltellava su un palco con un cappellino da cerebroleso girato al contrario sulla testa; Berlusconi era solo un tizio che costruiva case ed impiantava canali televisivi in Francia e Spagna tutti con lo stesso nome; Nuti non era alcolizzato e scherzava sulle “Puppe a pera”; Benigni non si cimentava in film impegnati ma ci deliziava insieme a Troisi con “Non ci resta che piangere”; il presidente della Repubblica era uno che la gente conosceva, amava, uno sempre con la pipa in bocca che aveva fatto il partigiano e che alle partite della nazionale s’entusiasmava come tutti gli altri. L’unico presidente a cui gli italiani abbiano voluto bene per davvero, Pertini. Bonolis, anziché fare la pubblicità per il caffè e darsi arie da divo, passava le sue giornate a discorrere con un cane di pezza rosa a “BIM BUM BAM”, un programma per ragazzi il cui titolo doveva essere stato scelto da qualcuno in stato d’ebbrezza… Mentre assistevamo piuttosto disorientati a questi teatrini facevamo merenda con Girella e bevevamo tazze di latte con l’Ovomaltina aspettando pazienti che dopo il fiume di pubblicità che ci propinanvano trasmettessero quei cartoni animati le cui sigle con gli anni sono diventate mitiche: Mazinga, Daitarn, Ufo Robot…
Iniziate a canticchiarle in metropolitana e vedrete che almeno un milione di persone inizierà a fischiettarle fino all’ufficio. Garantito. C’erano perfino i Power Ragners, quelli veri, quelli terribilmente tristi, giapponesi doc, con le loro parrucche e i loro mostri che distruggevano città a tutto spiano facendo la felicità di noi ragazzi. L’unica cosa che è rimasta immutata della tivvù d’allora è stato l’inossidabile Maurizio Costanzo ed il suo show.
Gli autori di cartoni dell’epoca avevano una predisposizione naturale a raccontare storie tragiche, godevano nel propinarti saghe malinconiche e tristi come quella di Candy Candy. Dio mio, quella ragazzina era talmente angosciante che ti faceva odiare gli istituiti, gli orfanotrofi, i ricchi e tutto il resto. Senza parlare poi di quel Remy che se ne andava tutto il tempo in giro dagli Appennini alle Ande rincorrendo la sfiga in ogni angolo del pianeta. Per fortuna c’erano anche gli autori buoni, quelli che ci consolavamo con Lupin, l’Uomo tigre, Gigi la Trottola e con i telefim americani (replicati fino alla nausa) come l’A-Team o Mc Gywer.
Che dire poi del calcio? In quegli anni l’Italia era davvero grande, era l’epoca di Bearzot e di quel Rossi che ci permise di vincere la nostra terza coppa del mondo. Le figurine Panini ci ricordavano che razza di campioni giocassero nel nostro campionato, allora senza retorica il più bello del mondo. Quando in campo scendevano Platini, Zico, Boniek, Maradona non c’erano santi, il calcio era bello per davvero.
I nostri sogni erano raccontati al cinema dai film di Jerry Calà e Massimo Ciavarro che se ne andavano sempre tutti al mare con la voglia di divertirsi e di, sapete cosa. Anni d’oro anche (anzi sopratutto) per i nostri governanti che mugenvano le vacche grasse con le tangenti, era un’Italia in cui tutto s’aggiustava, in cui Pantalone metteva sempre mano al portafoglio. Anni in cui per un bot ti pagavano il dieci per cento d’interesse! Ma non per tutti era il Bengodi, noi squattrinati, ad esempio, ce ne andavamo in giro con la Bmx, una bici tremendamente scomoda, senza parafanghi né niente, con le ruote dentellate che appena pioveva raccoglieva da terra tutto il fango che c’era in giro per depositarlo sulle brache.
La gente voleva sempre più di ciò che aveva, sognando Dallas ed i cappelli da cow boy di J.R. Anche perché gli stessi cappelli li vedevano in Hazard dove c’erano quei due cugini con la macchina con gli sportelli saldati, tanto che molti avevano finito per credere che gli americani se ne andassero sempre in giro con quei cappelli e con gli sportelli saldati, che tutti gli ispettori di polizia fossero pelati come Kojak e incazzati come Callaghan. Sulle strade circolavano auto terribili, veri scempi ambulanti come l’Arna, la Duna o l’Alfa 90, la macchina da sbirro per antonomasia. Vetture che non avevano né cinture né abs né airbag che però, anche senza punti da scalare, ci hanno traghettato fin qui. Quasi tutti almeno. Alcuni hanno avuto qualche problema con le pere, che era un’altra cosa che andava tremendamente di moda, e si sono persi per strada.
Milano era la città da bere e non quella dei tranvieri che scioperano, le località esclusive in Sardegna o sulle Dolomiti erano davvero tali e non ci trovavi mezzo mondo. Erano anni, insomma, in cui ti rendevi conto che attorno a te stava succedendo qualcosa, c’era fermento.
La gente era diversa, profondamente diversa, tanto che riusciva a vivere senza cellulare, senza scrivere messaggini ad ogni istante, senza guidare con l’auricolare, senza essere costretta ad ascoltare in treno i discorsi aberranti del proprio vicino impegnato in intimo colloquio col dentista o con l’amante. Non c’era la pay tv, né la pay per view, non c’era internet e noi ragazzi non avevamo né la Playstation, né il Nintendo… Ma come potevano sopravvivere? Così senza dvd, senza ipermercati, senza fotocamere digitali…
Tutto un altro mondo, molto più trash d’accordo, ma non tanto male. Un tempo che oggi ricordiamo con affetto, quasi rimpianto e che tutto sommato cerchiamo di non scordare perché è stato, ed è, parte della nostra storia.
